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 Valutare. Ma serve?

Il post della scorsa settimana può portare fuori strada.
 
Può far credere che adottare rubriche a supporto della valutazione sia un inutile aggravio burocratico dell’attività dell’insegnante.
Soprattutto – me ne sono accorto – può innescare alcuni dei luoghi comuni più diffusi tra gli insegnanti: ritenere che per valutare sia sufficiente il “buon senso” o che, in fondo, il tempo da dedicare alla valutazione sia “tempo perso” rientrano tra questi. Anzi, mi sento di poter dire che siano tra i più “classici”. Li si può ricondurre a due pedagogie implicite, per dirla con Bruner.

La prima pedagogia implicita pensa il momento dell’insegnamento e della valutazione come due momenti distinti.
Un ampio repertorio di convinzioni da “sala dei professori” dà corpo a questa pedagogia: “Non posso interrogarli tutti oralmente, se no non finisco il programma!”, “Ah, per me meglio trenta ore di lezione piuttosto che una verifica!”, “Se interrogo, non spiego, Preside!”.
 
Se ci si pensa bene si tratta di un punto di vista tipicamente istruzionista: c’è il momento della trasmissione del contenuto e c’è il momento della verifica della sua acquisizione. In questa logica la valutazione è veramente “tempo perso”, perché ha solo il valore di una verifica fiscale, è un momento di controllo.
 
Niente di più lontano da quello che dovrebbe essere in una buona didattica.
 
In una buona didattica non c’è momento del mio insegnare che non sia un valutare: valuto quando osservo la classe, quando recepisco le domande più o meno intelligenti dei miei allievi, quando “chiamo alla lavagna” qualcuno, quando mi rendo conto di come prendono appunti.
Soprattutto, in questa logica, la valutazione è parte integrante delle attività di apprendimento per lo studente: perché deve poter discutere con me quello che ha fatto, perché ci devo tornare nella correzione pubblica, perché da quanto ha o non ha risposto deve poter ricavare il quadro di quel che deve fare per migliorare.
 
La seconda pedagogia implicita ritiene che l’insegnamento consista nell’esperienza.
Se hai esperienza li conosci, ti basta un colpo d’occhio, sai tu cosa possono o non possono fare. Potresti fare anche a meno delle verifiche.
 
Si tratta di un punto di vista che trova conferma negli orientamenti recenti della ricerca sulle pratiche professionali degli insegnanti: non c’è dubbio che il professionista esperto sviluppi degli “abiti” che lo portano ad ottenere una comprensione più globale e più precisa della classe.
 
Ma occorre non correre il rischio di confondere l’esperienza con l’improvvisazione, con lo spontaneismo, con l’estemporaneità.
 
Sorretta dalla mia esperienza la valutazione non può permettersi di non essere rigorosa. Fidarsi del proprio “sesto senso” didattico significa lasciare che la nostra immagine del ragazzo si sovrapponga alla prestazione reale dello studente. Ecco perché strumenti come le rubriche servono.
Ma sono d’accordo sul fatto che non debbano diventare delle gabbie rigide.
 
Vedremo come ragionando di “nuova valutazione” e di come essa consenta di “misurare” le competenze in azione.

Un commento per “Valutare. Ma serve?”

  1. donata sanvido scrive:

    Ringrazio Zanichelli e gli autori per questo blog.
    Sono passata da quattro anni all'insegnamento della lingua straniera alla scuola sec di 1° grado dopo 28 anni di scuola elementare. Il passaggio ad una valutazione per competenze mi risulta particolarmente difficile e non solo dal punto di vista della valutazione. Infatti richiede anche una diversa programmazione per compiti autentici che non è facile da realizzare in modo organico.
    Grazie
    Donata

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