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 Il «miracolo» della nascita del Regno d’Italia

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Il 18 febbraio 1861 fu inaugurata alla Camera la prima legislatura del nuovo regno. Di fronte all’intero parlamento, riunitosi per la prima volta dopo le elezioni generali di fine gennaio, Vittorio Emanuele II di Savoia pronunciò il suo primo discorso della corona. L’atmosfera era certamente diversa da quella in cui, poco più di due anni prima, in una occasione simile, ma davanti al parlamento del  Regno di Sardegna, egli aveva pronunciato la frase famosa («non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di Noi» che aveva avviato il processo di cui allora si stava celebrando la felice conclusione. La preoccupazione e l’incertezza per le conseguenze di una mossa che allora sembrava azzardata si erano tramutate in un generale sentimento di entusiasmo per il successo arriso a un’impresa a cui, fino a qualche mese prima, avevano creduto in pochi. La maggioranza dei moderati, infatti, non riteneva possibile conseguire in tempi brevi l’unità della penisola e il cosiddetto partito degli unitari comprendeva soprattutto i democratici. 

Alla gioia si accompagnava un grande stupore: era opinione comune che la rapidità con cui si era arrivati a quel risultato avesse qualcosa di miracoloso e di straordinario e lo pensava anche il re, che nel suo discorso volle richiamarsi al «mirabile aiuto della Divina Provvidenza». Secondo Vittorio Emanuele II l’inatteso, oltre che rapido, successo spingeva a dare «alla Nazione una grande confidenza nei propri destini». Come era già accaduto a Teano, quando la simbolica stretta di mano tra Garibaldi e il re era sembrata aver dissolto le profonde divergenze che avevano impedito a lungo di unificare le diverse tendenze del movimento patriottico, le divisioni parevano sopite nella comune fiducia che la fortuna avrebbe continuato a proteggere l’Italia anche nella difficile opera di costruzione dello Stato. Ben presto le divergenze e le divisioni riapparvero, ma l’impressione che il processo unitario avesse avuto un carattere prodigioso rimase. Ancora nel 1900 Giustino Fortunato avrebbe scritto che l’unificazione era stata «il frutto di un pugno d’uomini e della buona fortuna, anzi del miracolo».
Il 17 marzo 1861 avvenne la proclamazione del regno d’Italia, che aveva come re Vittorio Emanuele II e lo Statuto albertino come carta costituzionale. La monarchia sabauda aveva conquistato un ruolo egemone nelle fasi finali del processo di unificazione e quel ruolo le era stato confermato dalla volontà popolare espressa nei plebisciti del 1860, che avevano sancito le annessioni al regno di Sardegna dell’Emilia, della Toscana, dei Ducati, delle Romagne, delle Legazioni pontificie e, infine, di Napoli e della Sicilia. Lo Statuto concesso da Carlo Alberto nel 1848 attribuiva un ruolo centrale e molto forte alla monarchia: il re era capo dello stato e comandante di «tutte le forze di terra e di mare». Questa funzione era particolarmente importante. Vittorio Emanuele II preferì per sé la definizione di «Re soldato» piuttosto che quella di «Re galantuomo» e anche in futuro i sovrani sabaudi avrebbero avuto con le forze armate un rapporto strettissimo che avrebbe costituito un elemento di forza per la monarchia. Il re era anche responsabile della politica estera e gli spettava nominare tutte le cariche dello stato, sanzionare e promulgare le leggi, emanare la giustizia e anche guidare il governo, come era specificato negli articoli 5 («Al Re solo appartiene il potere esecutivo») e 65 («Il Re nomina e revoca i suoi ministri»). 
La natura di «governo monarchico rappresentativo», dichiarata nel secondo articolo dello Statuto, sul piano concreto veniva fortemente ridimensionata dall’ampiezza dei poteri spettanti alla corona, così come la stessa funzione del parlamento era soggetta alle decisioni del re, che aveva la facoltà di convocare e sciogliere le Camere, oltre al potere di prorogarne le sessioni: in concreto, significava sospendere con un decreto la sua attività legislativa e affidarla esclusivamente al governo, che non doveva rispondere più di fronte al parlamento del suo operato. Come si vede, le basi del potere parlamentare erano assai fragili e le forme di controllo che esso era in grado di esercitare sul governo erano notevolmente condizionate dalla preminenza dei poteri della monarchia, che, per di più, grazie alla facoltà di nominare e revocare i ministri, aveva nelle sue mani anche l’esecutivo. Il governo perciò non aveva bisogno della fiducia del parlamento, ma doveva rispondere del suo operato soltanto al re. 
In realtà, i princìpi affermati nello Statuto non dovevano ritenersi immutabili, ma, come aveva osservato Cavour subito dopo la sua promulgazione, costituire le basi su cui costruire lo stato liberale. La costituzione doveva essere flessibile, avrebbe dovuto cioè evolversi parallelamente al rafforzamento delle istituzioni liberali, di cui un aspetto fondamentale era l’introduzione del meccanismo rappresentativo. Grazie ad esso si sarebbero rafforzati il parlamento e il governo, mentre sarebbe diminuita l’influenza del re.
Durante le prime discussioni in parlamento, la proposta di definire Vittorio Emanuele come «secondo» e di numerare la prima legislatura del nuovo regno come l’ottava, a partire da quella del regno sabaudo del 1848, suscitò tra i banchi della Sinistra una certa contrarietà: si comprese allora che l’unanimismo era finito, perché i moderati intendevano l’Italia in un rapporto di stretta continuità con il Piemonte e con la monarchia sabauda.  
Questa continuità sembrava dare un fondamento assai concreto al sospetto, che già da tempo circolava a Napoli, a Milano e nelle altre ex-capitali degli stati preunitari, che l’iniziativa assunta dal Piemonte nelle fasi finali del movimento risorgimentale unitario si stesse trasformando nella pretesa di egemonizzare il processo di costruzione del nuovo stato, di volere cioè piemontizzare l’Italia. Già alla vigilia dei plebisciti a Napoli e in Sicilia, ad esempio, «La Perseveranza» di Milano aveva affermato che l’annessione non doveva significare «assorbimento» ma «fusione graduale».. Ma la rapidità con cui si era svolto il movimento che aveva portato alle annessioni dell’Emilia, della Toscana e delle Romagne, aveva richiesto decisioni altrettanto rapide. Seguire la strada più facile era stata una scelta obbligata e si erano estesi ai  nuovi stati gli ordinamenti piemontesi; solo per la Toscana e per il Mezzogiorno si era passati attraverso un periodo di maggiore attenzione alle  istituzioni locali con la nascita delle «luogotenenze». 
 
 
Fonte: Aurelio Lepre-Claudia Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità a oggi, il Mulino, Bologna 2008, pp. 9-11